Raccolta e analisi dati: risorsa preziosa per le imprese e i suoi clienti


Tutti sappiamo che usando Google è possibile ricostruire i nostri percorsi abituali, la nostra rete di relazioni e gli interessi (se non gli orientamenti politici) o che acquistando su Amazon veniamo profilati e orientati nelle scelte future o, ancora, che basta effettuare delle ricerche su internet per lasciare tracce che determinano ciò che ci verrà proposto in futuro dai motori di ricerca, per non parlare dei sistemi di videosorveglianza e riconoscimento facciale (cfr. il caso di Singapore dove tutta la popolazione è mappata e costantemente controllata da sistemi digitali).
Di più, tutti abbiamo letto di come i dati personali sono stati usati per orientare elezioni politiche e assistiamo quotidianamente ad una ricerca del consenso politico prima sui social network che nella cabina elettorale.
Il professor Derrick De Kerckhove, docente all’Università di Napoli e esperto di cultura digitale, ha detto:
“Pensate a Pinocchio, un burattino che nel famoso romanzo diventa un ragazzo in carne ed ossa. Cioè una macchina che diventa umano, che è quello che sta accadendo adesso nella società dei big data e di quello che io chiamo rovesciamento: l’interconnettività dà origine alla datacrazia, ovvero al potere dato ai dati, che rappresentano l’inconscio digitale delle persone e ne condizionano l’autonomia. L’uomo per la prima volta nella storia non è più padrone del proprio pensiero”.

Secondo il sociologo, ci troviamo di fronte ad una datacrazia che è anche dataismo, ovvero un nuovo sistema economico che sostituisce il capitalismo e che consente alle società in possesso di dati personali di conoscere il cliente e il cittadino come mai in precedenza, sfruttando conoscenze e algoritmi.

La datacrazia o il governo degli algoritmi è davvero il futuro? Come cambieranno le professioni, anzi come sono già cambiate?

Il nostro punto di vista è quello di un soggetto, Qwince appunto, che aiuta le imprese a utilizzare tutte le fonti informative a cui possono accedere per migliorare l’interazione con il cliente, conoscendolo al meglio e anticipandone le preferenze o i bisogni.
La nostra prospettiva è quella per cui ogni teoria deve essere sostenuta dai dati proprio perchè la realtà è spesso fortemente diversa da ciò che scaturisce da una lettura dei fatti non sostenuta dai dati. L’accurata e approfondita analisi dei dati dà la possibilità di raccontare una storia altrimenti impossibile da esporre e, soprattutto, permette di decidere basandosi su fatti e non su sensazioni o intuito.
La diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali e l’aumento esponenziale delle capacità di calcolo hanno permesso di sistematizzare questo approccio che ha radicalmente modificato un elevato numero di professioni: oggi si parla di giornalismo di precisione e di giornalismo dei dati, di medicina di precisione, per non parlare di come sia cambiato il marketing e il rapporto con il cliente, oltre al mercato della pubblicità che si è trasformato drasticamente

La possibilità di collezionare tracce digitali e dati di natura biometrica ci permette, già oggi, di acquisire informazioni non solo sulle dinamiche di attenzione del cliente, ma anche sulle sue reazioni emotive. Le macchine possono leggere i micromovimenti facciali, possono seguire la posizione degli occhi, le telecamere (in forma anonima) possono seguire la nostra posizione all’interno di un negozio, il nostro cellulare lascia tracce che indicano se e quando torniamo in prossimità o dentro un luogo.

Nella nostra esperienza i dati sono un bene prezioso, ma, come ogni cosa, possono essere usati come una grande risorsa o in maniera pericolosa. Di certo, se usati impropriamente, possono creare illusioni di certezza, visioni alterate della realtà, evidenziando aspetti che sembrano apparire più importanti di quanto talvolta siano. Invece, se usati bene, i dati possono evidenziare ciò che è veramente importante, nel caos e nell’indeterminatezza.
Gli algoritmi, spesso descritti come strumenti neutrali e oggettivi, giudicano medici, ristoranti, insegnanti e studenti, concedono o negano prestiti, valutano lavoratori, influenzano gli elettori, monitorano la nostra salute, analizzano le sentenze, esprimono pareri, aiutano il calcolo complesso e sono in grado di valutare la situazione fiscale dei cittadini e delle organizzazioni

Inevitabile non porsi il problema della privacy e del diritto all’oblio, oltre agli aspetti di natura reputazionale. Si pensi per esempio a chi utilizza in maniera negativa i social network: oltre a far girare dei contenuti falsi o compromettenti che chiunque potrà leggere, consegnerà agli algoritmi informazioni errate sul soggetto e creerà una propria personalità che l’algoritmo la farà suo, proponendogli di conseguenza argomenti, prodotti commerciali o situazioni coerenti. Tutto ciò difficilmente potrà essere modificato.

Questa circostanza non potrà fare altro che orientare le nostre scelte e preferenze, come già accade attraverso fenomeni che vanno persino oltre i big data ma che sono strettamente collegati, come il deep learning e la predictive analysis.

Nel futuro la datacrazia avrà un ruolo rilevante, ciò che però gli algoritmi non potranno gestire  sono le situazioni in cui è richiesto di poter esprimere flessibilità e agire al di fuori delle regole gestendo le anomalie che potrebbero, presto o tardi, alterare il processo di profilazione aggregata dei nostri gusti, pensieri e intenzioni.
Il ruolo dei professionisti sarà dunque quello di focalizzarsi sulla competenza e la flessibilità, ignorando ciò che è ordinario e ripetitivo a favore di una maggiore specializzazione e creatività.