Uomini VS macchine: logica competitiva o possibilità di cooperazione?


Siamo uomini o macchine?

Questa domanda, qualche secolo fa, non avrebbe avuto senso. Eppure oggi l’inquietante interrogativo risuona sempre più di frequente, soprattutto in riferimento ai ritmi incalzanti che il mondo del lavoro pone come traguardi.

Ne parliamo con i relatori che si alterneranno durante la sessione mattutina di Datacrazia, il convegno che dibatterà del valore delle professioni intellettuali oggi, in programma a Palermo il prossimo 11 settembre presso il Teatro Politeama.

“Nella cultura classica la capacità tecnica era vista in chiave positiva – spiega Josè Maria Galvan, professore di Teologia Morale della Pontificia Università della Santa Croce -, ma sempre tenendo presente che il suo servizio alla persona e alla società la caricava di una dimensione etica primaria.

Perché abbiamo perso una visione sostanzialmente etica della tecnica? È stato l’uomo moderno a sottomettere sé stesso all’ateleologico potere determinante di un suo prodotto. Stiamo costruendo la nuova Babele. Ci sono ragione per la speranza? Molte istanze della cultura odierna stanno premendo per la riscoperta della tecno-etica, frutto di un vasto dialogo interdisciplinare che porti a ridare nuovamente alla tecnica il suo ruolo fondamentale di elemento centrale per il raggiungimento del perfezionamento finalistico dell’essere umano”.

Luca Maria Gambardella, Professore Ordinario di Intelligenza Artificiale, Direttore Istituto Dalle Molle di Studi sull’intelligenza artificiale, Università della Svizzera Italiana, sottolinea provocatoriamente come “l’uomo è destinato a diventare una delle componenti di un mondo ibrido dove convivono intelligenze umane, intelligenze artificiali (AI) e robot.  Il professionista deve abituarsi ad avere una mano ed una protesi digitale (per ora una smartphone o un Ipad). Con la protesi digitale valuta rapidamente scenari, analizza dati e si fa consigliare dall’AI e con l’altra trasmette al cliente calore umano ed empatia. Ma dobbiamo abituarci a considerare l’AI solo come una “seconda opinione”, perché oggi noi “analfabeti digitali” (intendo quelli prima della Generazione Z) diamo troppo credito alle macchine e troppo spesso ci dimentichiamo di decidere con la nostra testa”.

Una prospettiva che pone inquietanti interrogativi: “Si può credere in una macchina? Possiamo aver fiducia in qualcosa di artificiale? Siamo in grado di fidarci di ciò che è stato costruito da noi, ma che sembra in molti casi agire in maniera indipendente?- riflette Adriano Fabris, Professore ordinario di Filosofia Morale, Presidente Centro interdisciplinare di Studi e Ricerche sulla Comunicazione, Università di Pisa -. Le macchine, in maniera simile a noi, agiscono. Il tema della fiducia va posto con forza. Se infatti fiducia vuol dire necessità di delegare le competenze umane alla macchina, il risultato non può che essere una sostituzione dell’agire umano con l’agire della macchina. Se viene intesa in termini di collaborazione e cooperazione fra agente umano e agente artificiale, proprio a partire dal riconoscimento della differenza fra queste due forme dell’agire, allora ci può essere spazio per un potenziamento dei risultati e della performance, secondo la logica di un gioco win-win”.

E se anche dopo le sagge dissertazioni fosse rimasto qualche dubbio, basta affidarsi a parole antiche, come quelle che cita il prof. Giovanni Ventimiglia, Professore ordinario di Filosofia Teoretica e Prodecano Università di Lucerna, Presidente Aristotle College Lugano:

”Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?”.

Dell’inutilità dell’uomo (e dell’utilità dei robot)”: “Come dirò nel mio intervento durante il convegno: tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa, ma nessuna sarà superiore”.